Canonici Regolari Lateranensi > V. Tizzani

   
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V. Tizzani

 

Quando l'otto settembre 1832 Vincenzo Tizzani iniziò il suo anno di noviziato, vestendo l'abito religioso della Congregazione dei Canonici Regolari del SS.mo Salvatore Lateranense, questa stessa Congregazione era, in un certo senso, più giovane di lui. Egli aveva 23 anni, essendo nato il 27 giugno 1809, mentre la Congregazione era praticamente ri-nata nel 1823 (il decreto che sanciva l'unione dei Canonici Regolari "Renani" con i Canonici Regolari "Lateranensi" fu pubblicato il 28 giugno 1823, a firma del cardinale Bartolomeo Pacca, che aveva presieduto il Capitolo di "fondazione").  Nel 1832, quindi, la Congregazione aveva la tenera età di 9 anni e profumava di carisma, di novità, di ripresa, di entusiasmo.

Già questa notizia ci dice che la storia dei Canonici Regolari Lateranensi è stata lunga e complessa: dai primi anni del 1400 ebbero vita - in Italia - due Congregazioni di Canonici Regolari, una sorta a Bologna, chiamata "del SS.mo Salvatore", o "Renani" e l'altra, sorta a Lucca e chiamata "Canonici Regolari di S. Maria di Frigionaia", in seguito detta "Lateranense", per volontà o concessione del papa Eugenio IV. Queste due Congregazioni ebbero vite separate e parallele. L'avvento turbinoso di Napoleone trovò la Congregazione "Lateranense" quasi moribonda, invece quella "Renana" era ancora valida, unita e capace di sopravvivere. Fu saggiamente pensato di unire le forze e fondere insieme le due Congregazioni.

L'autore di questa ri-fondazione canonicale si chiama Mons. Vincenzo Garofali (eletto arcivescovo titolare di Laodicea nel 1832) e può essere definito vero fondatore dell'attuale corso della Congregazione dei Canonici Regolari, ultima riforma significativa nella loro lunga storia.

L'Ordine dei Canonici Regolari è considerato il più antico della Chiesa. Non ha un Fondatore; in un certo senso è giusto dire che sua Fondatrice è la Chiesa. Infatti nella Chiesa è sempre esistita la vita comune del clero e i Canonici Regolari praticano la vita comune dei presbiteri.

I Canonici Regolari, naturalmente, non sono stati fondati dagli apostoli; in quel periodo non ci furono forme di vita consacrata contrapposte a forme di vita secolari, secondo il nostro vocabolario. Però la vita canonicale risale al momento apostolico, perché esprime la vita comune del clero. Gli apostoli e i loro immediati successori prevedevano per tutti i cristiani la vita comunitaria e questa hanno lasciato in eredità; almeno a stare a quanto dicono Gli Atti degli Apostoli (ad esempio At.2,42-47: "Essi perseveravano nell'insegnamento degli apostoli... Avevano ogni cosa in comune... Vendevano le loro proprietà...").

I Padri apostolici, cioè gli immediati testimoni e successori degli Apostoli, la primissima organizzazione della Chiesa, il Catecumenato e la liturgia, non smentiscono mai la scelta comunitaria. Ogni chiesa che sorgeva dalla predicazione apostolica era retta almeno da un collegio di anziani, assistiti da diaconi; attorno al presbiterio si svolgeva tutta la vita della Chiesa: predicazione, culto, assistenza. Le testimonianze sono spesso indirette, ma non per incertezze nelle scelte concrete della vita, bensì solo perché la Chiesa ha iniziato a vivere, prima di teorizzare.

La Chiesa, dunque, è nata come comunione e si è diffusa tanto rapidamente soprattutto in grazia di una vita di straordinaria comunione. Le parole del celebre passo degli Atti degli Apostoli, che abbiamo citato, indicano certamente un riferimento ideale, qualcosa di sublime, quasi utopistico, che deve sempre fermentare ed ispirare ogni progetto di vita cristiana, per ogni tempo. Ma dicono anche che, così, concretamente, la chiesa ha iniziato il suo cammino. Anche il clero, i presbiteri, naturalmente, vissero la vita comune. Anzi, soprattutto loro in quanto presidenti e responsabili della comunità vivevano in comunione. La stessa parola "canonico" ne è testimone.

Dal greco "Kanon", dice riferimento a "elenco", "lista", "matricola", ed indicava l'elenco dei presbiteri di una chiesa particolare. Così come esisteva il canone (= elenco) delle vedove, dei poveri o dei libri, ecc. (cioè canone frumentario, canone musicale, canone delle Scritture), esisteva quello dei presbiteri. Kanon inteso come legge o parte, ovvero, articoli di legge, è un significato successivo. Questa vita comune (successivamente chiamata anche canonica o canonicale) ebbe, soprattutto all'inizio, forme spontaneistiche, non sempre omogenee e continue; tuttavia tracce, immagini e prove di essa sono riscontrabili.

Per questo si può dire con grande fondatezza che i Canonici Regolari, nella Chiesa di Dio, hanno portato avanti da sempre il carisma della vita comune del clero. Essa uscì dal generico e balzò all'attenzione come autentico progetto di vita, col nascere del Monachesimo.Dice Matias Augé (in Storia della Vita religiosa, Queriniana, 1988, pag.5): «Il movimento monastico cristiano iniziò talmente in sordina, che gli storici fanno, talvolta, fatica a descriverne le origini con esattezza». Nacque, comunque, in diverse aree della cristianità, in maniera autonoma e simultanea, nel corso della seconda metà del III secolo. Dunque, più presto di quanto in genere si pensi. «I vescovi furono generalmente favorevoli al monachesimo e intervennero con nuove leggi di vigilanza. Lo stato ecclesiastico, eminentemente apostolico, non pareva compatibile con la vita eremitica, ma nelle città si ebbero anche sacerdoti-monaci, per quanto la caratteristica del monachesimo fosse quella di essere laico»

Il rigore della vita monastica fu un richiamo potente per la vita della Chiesa; lo fu anche per la vita comune del clero. La vita monastica non era la stessa cosa che la vita comune del clero, certamente, soprattutto per l'esigenza della "fuga dal mondo"; tuttavia, rispettando la natura pastorale del clero, alcuni vescovi vollero la vita comune per il proprio clero nelle rispettive diocesi, con toni di rigore e di austerità simili alla vita monastica.

Il primo vescovo che abbia voluto la vita comune del clero è stato S. Eusebio, di Vercelli,  (286/300 - 371).

Testimone di questo singolare primato è S. Ambrogio : «Se nelle altre chiese l'elezione di un vescovo costituisce un grave problema, in quella di Vercelli si richiede un impegno ancora più grave; difatti dal suo vescovo si esigono contemporaneamente l'austerità di un monaco e l'adempimento dei doveri sacerdotali. Primo fra tutti in Occidente, Eusebio di santa memoria, unì fra sé questi due ordinamenti diversi; cioè - stabilitosi in città - mantenne l'ascetismo dei monaci e resse la chiesa con austerità... Giustamente il mondo lo osservava per imitarlo». (PL 16,1207-1209, lettera scritta da Ambrogio nel 396, alla chiesa di Vercelli).

Altro grande esempio di vescovo innamorato della vita comune, che chiese di praticare a tutto il clero, fu S. Agostino.

All'inizio del suo ministero episcopale, era tanto perentorio in questa esigenza, da negare il sacerdozio a chi si fosse rifiutato di accettare di vivere in comune. Ora S. Agostino è additato, da alcuni storici, come il promotore di Canonici Regolari, o comunque, degli Ordini di ispirazione agostiniana. Affermazioni piuttosto difficili da dimostrare, a mio modesto avviso.Il santo fu attratto dalla vita comunitaria. Secoli dopo, con l'affermarsi della sua Regola, soprattutto tra i Canonici (che proprio in quel periodo - siamo nella seconda metà dell' anno mille, al centro della cosiddetta "riformagregoriana" , al tempo di S. Gregorio VII - cominciarono ad essere chiamati "Regolari" ). S. Agostino fu proposto come ispiratore di un progetto di vita consacrata. In modo sorridente si può dire che non S. Agostino ha fondato i Canonici Regolari, ma questi lo conquistarono alla vita comune del clero. Tra la vita canonica e la vita monastica, nei secoli che precedettero il mille, ci fu una continua osmosi. Infatti, nel medesimo tempo in cui i Canonici prendevano forme di vita monastiche a sostegno della loro spiritualità, i monaci cercavano il sacerdozio per la loro; del resto sovente erano i vescovi o lo stesso Papa, a sospingerli verso il sacerdozio. Lo esigevano, infatti, la vita liturgica e il desiderio (ed anche la necessità) di apostolato. Non bisogna mai radicalizzare le cose, soprattutto nel giudizio sereno sulla vocazione alla santità.

Ascesi ed apostolato sono due dimensioni che appartengono a tutta la vita cristiana; alcune forme di vita accentuano e privilegiano una di esse (poniamo: la contemplativa o ascetica), altre, invece, ne privilegiano o accentuano l'altra (apostolato o missione), ma senza esclusivismi. Inoltre, la parola "apostolato" ai nostri giorni significa quasi esclusivamente la cura d'anime, magari nella vita parrocchiale, mentre in antico era apostolato anche il servizio liturgico solenne, il pregare per il popolo di Dio, il restare a disposizione per il sacramento della penitenza, ecc., attività congeniali ai grandi monasteri, che erano punti di riferimento e di attrazione spirituale.

La Riforma Gregoriana (che ebbe inizio nel Sinodo romano del 1059 - Papa era Nicolò II - sotto la spinta di Ildebrando da Soana, allora arcidiacono, in seguito divenuto Papa dal 1073 al 1085), propose che ogni Chiesa locale, cioè, ogni Diocesi, si dotasse di una Regola. Nel Sinodo fu proposta quella di Aquisgrana, voluta da Ludovico il Pio nell' 817, però corretta nei capitoli più permissivi, soprattutto in materia di proprietà privata. Si voleva che il clero, tutto il clero, assumesse un modo di vita, diremmo oggi, più vicino alla vita consacrata, che non a quella dei sacerdoti secolari. E, in effetti, da allora si cominciò a parlare di regulares e di saeculares. Ecco perché l'espressione "Canonici Regolari" - che sembra una tautologia - mentre????, in realtà, annuncia un passaggio storico e qualitativo molto rilevante.

La Riforma programmata ebbe scarso risultato; soli pochi vescovi obbedirono e si preoccuparono della regola per la propria Chiesa. Ma almeno la loro obbedienza fu qualitativamente seria e profonda. La Regola che finì per imporsi fu quella di S. Agostino (essa circolava in diversi testi e con varie aggiunte). Senza fare la storia di questa Regola, diciamo che si affermò quella che oggi conosciamo come la Regola di S. Agostino.

Fu, dunque, per questo passaggio storico ed in questo passaggio storico che i Canonici Regolari entrarono nell'area della vita consacrata e nell'area agostiniana. Successive riforme dell'Ordine canonicale accentuarono, normalmente, l'aspetto di Ordine religioso, fino a giungere alla riforma voluta dall'Abate D. Vincenzo Garofali, di cui ho parlato all'inizio di questo intervento; egli, viceversa, diede spazio ed importanza alla dimensione sacerdotale ed apostolica. Ciò vuol dire che ad ogni "riforma" o ripresa dell'Ordine, i Canonici Regolari diventavano sempre più religiosi e meno presbiteri. Con D. Vincenzo Garofali riscoprirono e diedero importanza nella fisionomia spirituale e pratica alla natura presbiterale e apostolica. Mi pare utile accennare, anche se per sommi capi, alle due Congregazioni che nel 1823 si fusero insieme e dettero vita a quella che fu chiamata (ed è tuttora chiamata): Congregazione dei Canonici Regolari del SS.mo SalvatoreLateranense. Il nome è decisamente ingombrante e rivela una certa fatica per trovare un compromesso accettabile e semplice.

Nacquero quasi contemporaneamente: una chiamata di "S. Maria di Fregionaia" (poi Congregazione dei Canonici Regolari Lateranensi); l'altra chiamata "Congregazione dei Canonici Regolari del SS.mo Salvatore", o anche "Canonici Regolari Renani". E nacquero nei primissimi anni del 1400, rispondendo ad un'ansia profonda di rinnovamento spirituale che serpeggiava nella chiesa ( «in capite et in membris», si diceva allora); vollero darsi una riforma rigorosa e seria, un ritorno alla vita evangelica secondo una bella espressione della tradizione canonicale: «ad instar primitivae ecclesiae». La Riforma non intendeva solo correggere errori o abusi, come afferma una storiografia un po' tradizionale e poco equanime (forse dipendente dal pensiero protestante), ma cercava una nuova religiosità, lontana dalla superstizione ignorante del popolo e dalla arida dottrina ufficiale (Devotio Moderna?).

La Devotio moderna fu, infatti, un movimento di chiesa che vide in prima linea i Canonici Regolari, in particolare nel Nord europeo (Belgio-01anda-Germania), al seguito del movimento dei "Fratelli della Vita Comune", iniziato da Gerardo Groote. Nacque come un nuovo realismo spirituale, il cui fondamento doveva essere la riscoperta di Gesù Cristo, visto come maestro interiore. A Lui la persona doveva legarsi, imitandone gli atteggiamenti fondamentali. Restavano i tradizionali principii di ascetica, ma l'accento veniva posto nell'interiorità della persona: stava soprattutto qui la sua modernità.

Le due Congregazioni crebbero rapidamente e si diffusero per quasi tutta l'Italia, aprendo centinaia di canoniche, alcune delle quali veramente notevoli, con più di 100 confratelli. Ebbero cammini indipendenti e paralleli, ma reciprocamente rispettosi e non concorrenti. Ciascuna di esse ebbe religiosi santi ed illustri e partecipò prima, durante e dopo il Concilio di Trento, alla missione della chiesa.

Si fusero in una sola Congregazione, come detto, dopo le traversie traumatiche del passaggio del ciclone napoleonico in Italia. E la riforma felicemente operata dall'abate D. Vincenzo Garofali, si segnalò per il movimento inverso alle riformi precedenti, le quali avevano modificato la vita comune del clero in senso sempre più religioso e monastico. Egli, per primo, fece crescere l'aspetto presbiterale e apostolico, alleggerendo le forme conventuali e le cosiddette osservanze; così i Canonici Regolari si riconobbero anche come pastori d'anime.

La Comunità dei Canonici Regolari Lateranensi di S. Pietro in Vincoli, sul Colle Oppio, sotto la presidenza dell'abate Garofali, dopo il 1823, visse uno straordinario periodo di benessere morale; diremmo: con lo spirito carismatico di una nuova Fondazione. 0ltretutto si trovarono insieme personaggi di levatura non comune per capacità intellettuali e spirituali, come l'abate D. Paolo Del Signore, professore di Storia Ecclesiastica alla Sapienza, esaminatore dei vescovi in sacra teologia, consultore per gli affari ecclesiastici straordinari della Curia Romana. Insieme all'abate Garofali, di cui condivideva l'apertura mentale ai tempi, aprì in S. Pietro in Vincoli un convitto per l'educazione dei giovani (altri convitti furono aperti dalla Congregazione, strategicamente, nella varie zone d'Italia: Piacenza, Sant'Oreste sul monte Soratte, Bitonto), segnale immediato del nuovo corso dei Canonici Regolari Lateranensi. Nel 1835 D. Paolo Del Signore divenne Abate generale, ma un ictus cerebrale lo stroncò nell'ottobre (18) del 1836 a soli 52 anni.

Il convitto era stato aperto nel 1826 con soli 12 ragazzi ospiti. Ben presto venne chiamato "Il Convitto dei Nobili", perché i ragazzi provenivano da famiglie nobiliari. A loro disposizione era stipendiato anche un cameriere particolare, tanto per difenderne il rango. Il lavoro con loro era impegnativo e … minutamente seguito. Nell'Archivio di S. Pietro in Vincoli, infatti, si conservano quaderni, rubriche, volumi che riportano i verbali dei giudizi scolastici e morali, esiti di gare scolastiche, ecc. Tra i primissimi convittori c'erano i fratelli Andrea e Francesco Busiri-Vici; quest'ultimo chiese di entrare tra i Canonici Regolari Lateranensi e fu ammesso al noviziato nel 1832, quando si presentò anche D. Vincenzo Tizzani. Mi dilungo lievemente in queste notiziole perché anche la presenza del Convitto e dei suoi ospiti fu motivo di attrazione per D. Vincenzo Tizzani.

Tra D. Vincenzo e il più giovane D. Francesco Busiri-Vici si stabilì una solida ed invidiabile amicizia, che fu presto allargata a Giuseppe Gioacchino Belli, quando Tizzani fu introdotto dall'abate D. Paolo Del Signore, prima come suo segretario personale e poi come supplente all'Università di Roma, nella cattedra di StoriaEcclesiastica. Tizzani, a sua volta, quando successe nella cattedra a D. Paolo Del Signore, si associò come supplente il giovane amico, talentuoso e stimatissimo. Purtroppo anche D. Francesco morì inopinatamente il 7 gennaio 1841, «mancato prima di compiere il vigesimoquinto anno della sua vita» (disse Belli nell'Elogio letto all'AccademiaTiberina). Tizzani ne rimase sconvolto e fu allora che scrisse il celebre biglietto al poeta, che è riportato in ogni articolo che parli di questi personaggi e di queste vicende. Eccolo:

"Caro Belli, Il dolore mi opprime. Il povero Busiri... non è più - Vieni a dividere le lacrime col tuo Tizzani

7. 1841

Esempio notevole di umanità e di amicizia, capace di rivelare in poche parole un abisso di sentimenti. Il Belli in quell'occasione lesse all'AccademiaTiberina un elogio funebre che venne poi stampato dalla tipografia Salviucci.

Tizzani, da parte sua, contribuì con le sue ricche doti umane e la sua capacità intellettuale, alla vitalità del Convitto e al suo particolare clima armonioso. Ad esempio, subito dopo il compimento del noviziato, appena emessi i voti, quando era - come si diceva allora - "professus sub disciplina" cioè giovane confratello ancora in formazione, fu subito indicato come lettore di matematica, cioè fu messo ad insegnare. Curiosando nei documenti d'archivio di S. Pietro in Vincoli a Roma (cfr M 322) veniamo a sapere che «le luttuose vicende del 1849 costrinsero la Comunità a sciogliere il Convitto dei giovani Educandi. La fuga del Papa Pio IX dalla sua sede a Gaeta, quindi il cambiamento del Governo Pontificio in Repubblica...». Fu riaperto nel 1856 e, nel dicembre 1858, fu accolto Edgardo Mortara di Bologna, il ragazzo del celebre "Caso Mortara", che in seguito divenne “don Pio Mortasa”, un bravissimo confratello, missionario ed eccellente predicatore, ricercato in tutta Europa, sia perché preceduto dalla fama del suo particolare "caso", sia perché parlava speditamente ben otto lingue, compresi il polacco e il basco!

Altro piccolo segnale dell'ottimo clima che regnava nella canonica di S. Pietro in Vincoli, ci viene da D. Eusebio Reali, il terzo compagno di noviziato insieme a D. Francesco Busiri Vici e a D. Vincenzo Tizzani. Un confratello non facile, dalle opinioni politiche e religiose né ortodosse  né serene, il quale alla fine preferì uscire dall'Ordine piuttosto che accordarsi e confrontarsi. Anche durante l'anno del noviziato dovette dare prove non convincenti perché gli fu rinviata la data della professione di quasi un anno: D. Francesco e D. Vincenzo, infatti, professarono 1'8 settembre 1833, lui il 26 maggio 1834. Tuttavia egli volle scrivere una biografia di D. Francesco Busiri Vici, piena di ammirazione e di partecipazione emotiva. Nello stesso anno 1841, Tizzani fu eletto abate di S. Agnese sulla Via Nomentana e divenne parroco della zona agricola adiacente. Il 3 aprile 1843 venne nominato vescovo di Terni. In quanto vescovo, naturalmente, uscì dalla vita religiosa e dalla vita dell'Ordine, anche se - dal punto di vista amichevole, della stima reciproca e del reciproco aiuto - i rapporti non cessarono mai.

Questa, dunque, la storia dei Canonici Regolari Lateranensi, almeno fino alla comparsa del vescovo D. Vincenzo Tizzani: l'0rdine più antico della Chiesa e il loro modo di vivere la vita comune del clero. "Sanctitas et Clericatus", sintetizzava nel suo linguaggio immaginifico S. Agostino. La longevità storica del carisma canonicale è forse la migliore testimonianza della sua validità. E’ semplice e completo, unisce la ministerialità all'impegno ascetico della vita consacrata comunitaria.

Il documento della Chiesa stilato dal Papa al termine del Sinodo sulla vita consacrata (l'Esortazione apostolica che si intitola, appunto Vita Consecrata, 1996), sembra ribadire questo concetto. Naturalmente il testo parla di tutta la vita consacrata nelle sue varie forme e sfaccettature, ma dalle particolari caratteristiche che elenca, alcune volte sembra che parli dei Canonici Regolari Lateranensi. Ad esempio, nel n. 29: «...la vita consacrata, presente fin dagli inizi, non potrà mai mancare alla Chiesa come suo elemento irrinunciabile e qualificante, in quanto espressivo della sua stessa natura». E aln. 49: «Il vescovo è padre e pastore dell'intera Chiesa particolare. A lui compete il riconoscere e rispettare i singoli carismi, di promuoverli e coordinarli. Nella sua carità pastorale accoglierà pertanto il carisma della vita consacrata come grazia che non riguarda soltanto un Istituto, ma rifluisce a vantaggio di tutta la Chiesa».

Perché queste due citazioni?

Il n. 29 ricorda la presenza storica agli inizi della vita comune del clero; il n. 49 ribadisce che la vita comune del clero era insieme al vescovo.

                                                                        d. Pietro Guglielmi  CRL

 

     
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

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